giovedì 2 febbraio 2017

Le mie focacce me le impasto da me.



La ragazza, non più ragazza da parecchi lustri, un po’ matta doveva proprio esserlo. Le era preso lo sghiribizzo di scrivere romanzi e racconti, pur sapendo che da secoli c’era chi sapesse farlo meglio di lei. Non era una semplice constatazione, ma un’autentica, ben radicata, convinzione, quella stessa persuasione che l’aveva portata a piangere col principe Myskin e lo sfortunato ‘Toni Malavoglia; per non parlare degli spasimi di fame che aveva condiviso con Blimunda e persino delle doglie durante il parto di Sara da Conceição. Non è a dire che i suoi personaggi preferiti fossero sempre così altolocati: si ricordava bene la preparazione estetica di Angelica al suo matrimonio col conte di Peirac, quando le donne le avevano rasato il pube per renderla più seducente sotto le mani del marito. E non aveva nemmeno disdegnato donna Liala e i suoi aviatori.
Il guaio era che la benedetta alle sue convinzioni ci si abbarbicava, le nutriva, le coccolava persino. Ci si affezionava come la famosa (o famigerata) donna Prassede. Così accadeva che la ricerca del confronto si dipanava come una sorta di romanzo a tesi: ho ragione io e basta. E questo accadeva anche quando, con molta meno albagia, infilava un grembiule da cucina e impastava una semplice focaccia. Guardava e riguardava su youtube tanti tutorial e poi, borbottando, censurava, si scandalizzava e spegneva esausta; si potrebbe anche dire già cotta.
Quella ricerca di saperne di più, di conoscere la manualità e la sapienza altrui diventava frustrante e anche un pizzico petulante. Autoreferenziale, le aveva detto l’analista che ogni tanto faceva da bidone (ben remunerato) di scorie per le sue elucubrazioni. Insomma, lo slogan che cominciò ad amare e fece suo, sopra ogni altra pillola di saggezza oshiana dei social, divenne quello dello stimato scrivano Bartleby. “Preferirei di no”.
La ragazza era ed è testarda, vuole spiegare, rendere conto al mondo della sostanza delle sue strambe idee. Mica riusciva ad arrendersi al fatto di essere lei fuori fase, fuori catena di produzione. Fuori.  Un problema anche per chi le stava intorno che, guardando la sua crocchia di capelli bianchi e il viso privo di qualsiasi belletto di compiacenza, sbuffava in segreto, annuendo ipocritamente alle sue rimostranze.
– Cazzo vuoi, vecchia bacucca?
Ma lei, la ragazza non faceva una grinza, pur sapendo cosa si muovesse nell’intimo di qualsiasi malcapitato interlocutore le capitasse a tiro.
Fu per questo che andò, invitata e su appuntamento, nella capitale. Sapeva di non dover fare castelli in aria, di mantenere, come si dice?, un basso profilo. Training autogeno praticato con diligenza.
Fu molto contenta nell’apprendere che non avrebbe dovuto sborsare nulla per la stampa del suo romanzo, ingoiò quel 7% di royaltie, anche le misere 150 copie di stesura e il vincolo di un anno sui diritti. Increspò le labbra davanti alla condicio sine qua non: procurare cinque location, preferibilmente non librerie (!?) per le presentazioni, scosse la testa, ma si ricompose immediatamente.
Fu anche molto sollevata di alzarsi dall’ incerta sedia di plastica su cui l’aveva fatta accomodare e abbandonare l’aria di ripostiglio del piccolo locale dove lo sgangherato incontro si era svolto.
Come, improvvisato?! Dopo tutte quelle mail e le telefonate intercorse tra la ragazza e il coordinatore editoriale? Sì, tutto improvvisato: la signora (pezzo grosso della redazione) che fumava seduta sul gradino di accesso al locale (o location?), il ragazzo (editor) che la signora aveva dato per malato grave (ricomparso dopo una discreta telefonata) al quale pare fosse stato affidato il manoscritto, il boss in trasferta chissà dove da giorni…
Per farla breve nessuno sapeva nulla della ragazza, e nemmeno del suo manoscritto (pdf). L’ editor Tommaso non aveva letto una parola del testo.
– Ecco, mi ricordi per favore il titolo e di che cosa parla…
La ragazza fece, da persona educata, buon viso a cattivo gioco, fu spigliata, simpatica; le scappò perfino un “cago” e una “masturbazione” parlando della narrativa ggiovane: risero tutti allegramente.
Fuori l’aria si era ingrigita, minacciava un temporale.
– Con questo cielo, il Quirinale dev’essere una meraviglia – disse la ragazza al suo paziente accompagnatore. La prova provata? Nella foto che la ragazza scattò col suo cellulare e intitolò: Nubi sul Quirinale. 



– Peccato, il mio Tommaso è più sveglio – fanfugliò tra sé e sé, mentro rovistava nella borsetta, appoggiata a un pilastro davanti a un portone, sotto gli occhi del carabiniere di guardia.
– Cosa stai cercando? Di cosa parli? – ribatté l’accompagnatore.
– Gli occhiali, cerco gli occhiali – fece lei alzando la voce per tranquillizzare il piantone.
Arrivarono all’incrocio delle Quattro fontane.
– Dovrei cambiare nome del mio personaggio più carino, – continuò assorta la ragazza che mai avrebbe voluto associare il suo Tommaso a quello sprovveduto procacciatore di affari, ma “Preferirei di No”.
E così fu.


giovedì 22 dicembre 2016

Filologia del mostacciolo





Tempo perduto o ritrovato



Via il cioccolato, via il caffè, via tutto ciò che si è attaccato loro addosso col tempo e la modernità. Qui applichiamo la nobile arte del levare. Levare via gli orpelli, le aggiunte frivole, gli addobbi stucchevoli. Recuperiamo la parola MOSTACCIOLO: restituiamo i mostaccioli alla loro primigenia rozza semplicità.
Oggi ce la giochiamo col latino. Con quel latino rimasto vivido e immediato nelle pieghe dei dialetti italiani, più forse in quelli meridionali. Nei nomi dei cibi, prima ancora che nel sapore, affondano le radici del nostro sentire, lì si nasconde il potere evocativo che partorisce le voglie.

Dicevamo il latino: MERUM donde il pugliese MIR’ (da pronunciare appoggiandosi sulla r come se ci fosse una vocale, la e muta dei francesi in personne, per esempio); e i suoi derivati: MUST’, M’STACCIUL’, M’STARD’*. Sono stata chiara? Provate a leggere secondo le indicazioni fonetiche, è divertente.
Mir’ e must’/M’stacciul’ e ‘m’stard!
Merum per i Romani era il vino puro, non mescolato. Quello forte e nero delle uve proveniente dai cipponi dei terreni aridi e porosi.
Mustum era il mosto, spremuta di uva non lasciata fermentare.
Mustacea era la focaccia nuziale impastata di farina e mosto cotto.
Questi i precedenti del mostacciolo, il dolcetto fatto di mosto cotto e farina e poco altro.

Mostaccioli
Ingredienti:
½ l di vin cotto (mosto ridotto dalla bollitura a sciroppo)
½ kg. di farina 0 (potrebbe volercene di più, q.b a un imposto molto morbido ma consistente, non deve scivolare dal cucchiaio)
150 gr. di mandorle tostate (pelate o intere, tritate molto grossolanamente)
Scorza grattugiata di un limone o di arancia.
½ dl di olio d’oliva
Cucchiaino di cannella e/o chiodo di garofano (non lesinate, ché nella cottura gli aromi si dispendono un po’)
Due cucchiaini di lievito in polvere vanigliato (o 10 gr. di ammoniaca per dolci)
Un cucchiaio di zucchero (facoltativo, se assaggiando il vin cotto lo si sentisse troppo acido).

Procedimento:

Intiepidire appena il vin cotto, aggiungere l’olio, le spezie, il limone, il lievito e infine la farina e le mandorle. Amalgamare e lasciar riposare una decina di minuti l’impasto. Poi, con l’aiuto di due cucchiai farne delle quenelle o palline e deporre sulla carta da forno, stesa su una teglia. Non c’è bisogno di ungere la teglia o la carta. Infornare a forno già caldo, 180° per 15’/20’.
I biscotti sono pronti quando i profumi cominciano a farsi sentire. A caldo sono molto molli. Non vi fate ingannare dal colore, ché si fa presto a bruciali. Far raffreddare prima di prelevarli dalla teglia. Spolverare di zucchero a velo mescolato a cannella, se piace. Aspettare qualche giorno prima di mangiarli: ritroveranno la loro giusta consistenza e fragranza. Sono i biscotti degli Inferi, scuri e intriganti come Ade. Cereali e vino sugli altari dei Lari. Si fanno a novembre per la ricorrenza dei morti, ma sono i vivi a gustarli.
Abbinamento: frutta cotta in forno o composta. La composta cos’è? Alla prossima.

*(‘M’stard’, la confettura d’uva nera, passata al setaccio e arricchita di mandorle tritate)

mercoledì 28 settembre 2016

Di cosa parliamo quando parliamo di donne






E parliamo pure di questo nostro quotidiano. Di donne, per esempio, che, quando s’incontrano, si squadrano con occhio censorio, vagolante tra benevolenza e malignità. Signore a modino.

Io non ho mai pensato di essere da guardare, di essere una di quelle donne che fanno girare i galli cedroni per strada. Piccola e nera come il famoso pulcino della pubblicità, mi sono pensata al sicuro. Al riparo non solo da avance maschili, ma anche di invidia femminile. Mi ricordo benissimo che in una delle mie classi quando M. si alzava si sollevava un polverone tra i banchi: eccitati i buoi, schifate le buesse. I compagni e le compagne: i primi per l’eccitazione ormonale, le seconde per l’invidia schietta e feroce che trasudava da tutti i pori. Esperienza che forse molte docenti hanno fatto. Dico le docenti, perché i docenti non credo si siano mai posti il problema, aderendo d’istinto ai buoi.

A me non poteva capitare: passavo, e passo, inosservata. Non è che non sia sensibile alla seduzione, ma per me è sempre stata un fatto più sottile e, se si vuole, più totalizzante; del tipo, se mi vuoi, vieni a cercarmi; vieni a cercare quello che sono io davvero; se mi vuoi, prendimi l’anima. Lontana e aliena da ogni compiacenza. In verità la mia ricerca si concluse alla soglia dell’età adulta e continua ancor oggi in un percorso di conoscenza e amore estenuante, ma allo stesso tempo molto gratificante. Mi ritengo fortunata nell’aver saputo scegliere. Sì, io ho scelto, non mi sono fatta scegliere, per forza di cose.

Epperò la vita riserva delle sorprese. Riassumo il fatto, senza il quale non riuscirei a comunicare la mia sensazione di disagio.

Insieme alla mia amica incontro due ex colleghe a un evento cittadino. Saluti e convenevoli. Ci si siede in due file diverse delle poltroncine del Vanvitelliano, il salone ufficiale della Loggia, sede del Comune di Brescia. Alla fine della manifestazione una delle due, alta, grande e fica, mi viene incontro e mi mette le mani nei capelli, raccogliendoli a coda.

- Sono troppo lunghi, fatti la coda, staresti meglio.

Poi si corregge subito in un “saresti più bella”più educato e gentile.

Io fanfuglio qualcosa, senza dare peso all’alta, bianca (ora) e fica. Ci avviamo separatamente al bar per il rinfresco. In realtà io vorrei esimermi, ma non riesco. La mia amica mi prega di accompagnarla, e giù motivi vari che non interessano a questo discorso.

Sedute per ‘sto aperitivo del c., la signora ripete la manovra. Mi tira i capelli, poi li lascia andare. Sopraggiunge la sua compagna, in petite robe noir (sintetica) e perle di fiume al collo. Con evidenti e annosi problemi di alopecia.

- Sai, - ammicca, lei vuole fare l’alternativa.

La mia ironica e timida risposta si è persa nell’aria; non hanno ascoltato. Avrei voluto mandarle cordialmente affanculo, ma non potevo per la circostanza.

Mi è rimasto addosso un senso di disagio. Sarei dovuta essere contenta. Finalmente nella mia vita due galline si sono scomodate per me. Un tributo alla mia avvenenza senile? Ma quando mai. Poi ho riflettuto: alle ladylike ha fastidio una donna (anziana e loro coetanea) che va in giro con i capelli medusei, non domati dalla mano sapiente di un parrucchiere, spettinata, restia alle movenze dei bigodini, alla messa in piega che mi avrebbe forse trasformato in una signora per bene. In Bignardi mood. Mi hanno messo le mani tra i capelli, vi rendete conto? Come quando la direttrice suora della mia scuola veniva a mettermi la molletta alla frangetta per tenermi in ordine. Come quando mia zia, ero sua ospite, mi fece tagliare le trecce senza dirlo a mia madre che, poveretta, non mi riconobbe quando tornai a casa.

Mi sono sentita come qualcosa da sistemare, da mettere a posto per stare in quel luogo con loro. Come allora. Frugata e violata nel mio modo di essere. Inadeguata.

Cosa diciamo quando parliamo di donne? Non tutte, per fortuna. Ma oggi sono ancora incazzata. - Era solo invidia - mi conforta la mia amica. Invidia di che?
Non credo, c’era qualcosa di più, terribile e crudele, che non riesco ancora a circoscrivere nella categoria dell’invidia.